
Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio diventa complicità.
Stiamo vivendo uno di quei momenti.
Guardiamo guerre, città distrutte, bambini sotto le macerie, civili uccisi… e qualcuno prova a raccontarci che tutto questo è normale, inevitabile, parte del gioco del potere.
Ma non è normale.
Non è normale che la vita diventi sacrificabile.
Non è normale che la morte degli innocenti venga spiegata come strategia.
Non è normale che si distruggano esseri umani, animali, foreste e terre, come se la vita fosse solo una pedina.
Passo la mia vita lavorando con gli animali, con le persone, con la parte più fragile e sacra dell’esistenza.
Ogni giorno vedo quanto ogni essere vivente desideri la stessa cosa: vivere, respirare, proteggere i propri piccoli.
Per questo non riesco ad accettare la narrazione che ci chiede di abituarci alla distruzione.
La storia lo ha già mostrato: quando l’umanità dimentica il valore della vita, le tragedie si ripetono.
Eppure ogni volta qualcuno dice:
“è necessario”,
“è inevitabile”,
“è la politica”.
No.
È una scelta.
E restare in silenzio davanti alla distruzione della vita non è neutralità.
È rinunciare alla nostra coscienza.
Quando l’umanità dimentica, dimentica tutto.
Dimentica che ogni bambino è un universo.
Dimentica che ogni animale vuole solo vivere.
Dimentica che la terra che calpestiamo è casa, non campo di battaglia.
Quando la morte degli innocenti diventa accettabile, l’umanità dimentica se stessa.
Io non voglio abituarmi. Io non voglio stare in silenzio.
Chi difende la vita — umana, animale e della terra — custodisce il mondo.
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