
Ci sono animali che vediamo ogni giorno.
Eppure non li vediamo mai davvero.
Li incontriamo al supermercato, dentro una confezione.
Li chiamiamo prosciutto.
Pancetta.
Salame.
Quasi mai li chiamiamo con il loro vero nome.
Maiale.
Eppure, prima di diventare un prodotto, era qualcuno.
Aveva una vita.
Una personalità.
Delle relazioni.
Delle emozioni.
Forse non tutti sanno che i maiali sono tra gli animali più intelligenti.
Imparano rapidamente.
Ricordano luoghi e persone.
Riconoscono chi li tratta con gentilezza e chi li ha spaventati.
Giocano.
Esplorano.
Vivono in gruppi sociali complessi e costruiscono legami.
Comunicano continuamente attraverso vocalizzi, posture e contatto.
Provano curiosità.
Provano paura.
Provano gioia.
Ma c’è una cosa che, ogni volta che la penso, mi stringe il cuore.
Quando una scrofa vive libera, pochi giorni prima di partorire accade qualcosa di meraviglioso.
Inizia a cercare rami.
Foglie.
Erba.
Li raccoglie uno a uno.
Li sistema con cura.
Costruisce un nido.
Un luogo sicuro dove accogliere i suoi piccoli.
Nessuno glielo insegna.
Non è addestramento.
È la sua natura.
È amore.
È uno dei gesti più antichi della maternità.
Eppure milioni di scrofe non potranno mai compiere quel gesto. Non perché non lo desiderino.
Ma perché trascorrono gran parte della loro vita rinchiuse in spazi così ristretti da non potersi nemmeno voltare, private della possibilità di costruire un nido, di seguire il proprio istinto, di accudire i propri piccoli secondo la loro natura. In crudeli, e inaccettabili condizioni di quella che non può essere vita.
Ogni volta che penso a questo mi domando:
Come possiamo parlare di educazione al rispetto degli animali, celebrare la biodiversità, insegnare ai bambini ad amare la natura… mentre continuiamo ad accettare sistemi che impediscono perfino a una madre di compiere il gesto più naturale che esista: preparare un nido per i propri figli? Accettiamo che esistano luoghi di tortura e paura per esseri che non possono difendersi?
E ancora.
Come possiamo arrivare a definire “tutela della biodiversità” una proposta di legge che considera accettabile utilizzare animali vivi come esche nella caccia? Che idea di natura stiamo trasmettendo, se la protezione degli ecosistemi passa ancora attraverso la sofferenza di altri esseri viventi?
Che idea di educazione stiamo consegnando ai nostri figli, se insegniamo loro ad amare gli animali e, nello stesso tempo, consideriamo alcuni di loro semplici strumenti?
La biodiversità non è soltanto il numero di specie presenti in un territorio. È la rete di relazioni che tiene in equilibrio la vita. È rispetto, è limite, è responsabilità.
Se un essere vivente diventa uno strumento…
Se il suo dolore diventa un mezzo…
Se la sua vita perde valore perché appartiene alla specie “sbagliata”…
Allora non stiamo parlando di tutela.
Stiamo parlando di una profonda incoerenza.
La biodiversità non si protegge scegliendo quali vite meritano rispetto e quali possono essere sacrificate.
La biodiversità si protegge riconoscendo che ogni essere vivente possiede un valore che non dipende dall’utilità che ha per noi.
Forse il problema comincia molto prima. Comincia quando un animale smette di essere qualcuno e diventa qualcosa.
Quando smettiamo di vedere i suoi occhi. La sua storia. La sua famiglia.
Il suo nido.
E vediamo soltanto ciò che diventerà.
Questa rubrica nasce per loro.
Per gli animali che raramente hanno un nome.
Che non avranno mai un appello condiviso sui social. Che non avranno qualcuno che racconti la loro storia.
Per gli animali che abbiamo reso invisibili. Perché finché un essere vivente rimane invisibile…
Anche la sua sofferenza lo sarà.
Gli Invisibili nasce per restituire loro uno sguardo.
Perché ogni cambiamento comincia nello stesso modo.
Qualcuno, finalmente, sceglie di vedere
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