
Ieri ho deciso di scrivere a una redazione.
Non per convincere qualcuno a credere nel Reiki.
Non per creare una polemica.
Ma perché credo che l’informazione abbia una grande responsabilità: quella di aiutare le persone a conoscere, non a temere.
Da credente, c’è una cosa che mi accompagna da sempre.
Il Vangelo non ci invita ad avere paura di ciò che non conosciamo.
Ci invita a discernere.
Ad ascoltare.
Ad osservare i frutti prima di giudicare.
La storia ci insegna che ogni volta che il pregiudizio ha preso il posto della conoscenza, l’uomo ha commesso errori di cui, spesso, si è pentito solo molto tempo dopo.
Anche i periodi più bui della nostra storia ci ricordano quanto possa essere pericoloso etichettare ciò che non si comprende, invece di scegliere il dialogo, lo studio e il discernimento.
Per questo mi colpisce quando un titolo rischia di trasformare una pratica in un’etichetta, prima ancora che il lettore abbia avuto la possibilità di comprenderla.
Le parole hanno un peso.
Possono costruire ponti oppure alimentare pregiudizi.
Possono aprire un dialogo oppure chiuderlo ancora prima che inizi.
Per questo ho scelto di scrivere.
Non per avere ragione.
Ma perché credo che la conoscenza sia sempre più forte della paura. Ogni volta che la paura ha preso il posto della conoscenza, la storia ci ha presentato un conto molto caro. L’Inquisizione, uno dei tempi più bui della nostra storia, ce lo ricorda ancora oggi.
Per questo credo che, nel 2026, abbiamo il dovere di scegliere il discernimento prima del giudizio, il dialogo prima dell’etichetta, la conoscenza prima della paura.
Questa è la lettera che ho scelto di inviare.
Gentile Redazione,
ho letto con attenzione il vostro articolo sul Reiki e desidero condividere una riflessione.
Non mi preoccupano le opinioni diverse. È giusto che ciascuno possa esprimere il proprio punto di vista e la propria visione spirituale.
Mi preoccupa, invece, il modo in cui alcuni argomenti vengono presentati.
Quando un titolo associa una pratica come il Reiki al “maligno”, il rischio è che il lettore si fermi a quell’immagine, prima ancora di avere la possibilità di comprendere di cosa si stia realmente parlando.
Viviamo in un tempo in cui le parole hanno un peso enorme. Un titolo può aprire una riflessione oppure alimentare un pregiudizio. Può invitare a conoscere oppure a temere.
Per questo credo che il compito dell’informazione non sia quello di cercare il titolo che colpisce di più, ma quello di aiutare le persone a comprendere di più.
Da oltre vent’anni accompagno persone e animali. Nel mio lavoro ho incontrato e incontro medici e veterinari e ricordo sempre che il Reiki non sostituisce diagnosi, terapie o cure mediche. È una pratica complementare di accompagnamento, che molte persone scelgono per trovare uno spazio di calma, presenza e sostegno durante un percorso di cura.
Non chiedo che tutti condividano questa pratica. La libertà di pensiero è un valore che appartiene a tutti.
Chiedo soltanto che se ne parli con rigore, curiosità e rispetto, evitando di alimentare paure che rischiano di allontanare le persone dal confronto e dalla conoscenza.
Forse, nel 2026, abbiamo bisogno di meno titoli che dividono e di più informazione che costruisce ponti.
Perché la paura può attirare l’attenzione per un momento.
La conoscenza, invece, resta.
Con stima,
Mariarosa Ventura – Reiki Master – AnimalREIKI Master – Fondatrice di AnimalREIKI Academy
E ora vorrei ascoltare anche voi.
Secondo voi, qual è oggi il ruolo dell’informazione?
Raccontare ciò che fa più rumore o aiutare le persone a comprendere ciò che ancora non conoscono?









